Dalla protesta degli studenti a quella dei pensionati, dagli agricoltori agli autotrasportatori: un Paese intero chiede di poter vivere. Palazzo Chigi, invece, sembra impegnato soprattutto a individuare nuovi nemici pubblici. E la finanziaria? Una montagna di promesse, qualche bonus e tante briciole.
ROMA – Dopo la magistrata, la ballerina. Il Governo Meloni, impegnato in una durissima battaglia per la sicurezza nazionale, sembra aver finalmente individuato il vero pericolo per la stabilità della Repubblica: una donna con il tutù che danza davanti ai blindati della polizia.
Dopo giorni di fuoco incrociato contro la gip di Milano Tiziana Landoni, rea di aver applicato il codice penale anziché il codice dei commenti di Palazzo Chigi, per la decisione sulla scarcerazione di Youssef Siher, presunto esponente di una rete terroristica, ecco spuntare un’altra minaccia per la tenuta delle istituzioni.
È lei: la ballerina dello sciopero generale.
Tutù bianco, body nero, volto coperto da una maschera. Davanti al cordone antisommossa schierato davanti al Ministero dell’Istruzione, a Roma, si è esibita sulle note di Bella Ciao. Piroette, arabesque e qualche passo di danza classica. Una scena evidentemente insostenibile per chi considera una manifestazione di dissenso un problema di ordine pubblico e una ballerina un possibile pericolo eversivo.
Fonti immaginarie di Palazzo Chigi riferiscono che sarebbe già allo studio un decreto urgente: vietati gli arabesque non autorizzati, le piroette sovversive e il porto abusivo di tutù in prossimità delle istituzioni.
Per il momento non risulta che sia stata proposta anche una commissione parlamentare d’inchiesta sulla danza classica. Ma non bisogna escludere nulla.
PECCATO CHE, NEL FRATTEMPO, CI SIA UN PAESE CHE NON RIESCE PIÙ AD ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE.
E qui la satira rischia di diventare cronaca.
Il 30 ottobre le piazze italiane si sono riempite di manifestanti, mentre lo sciopero generale ha incrociato rivendicazioni che non appartengono più a una sola categoria professionale o a una determinata fascia d’età.
Ci sono gli agricoltori, strangolati dal costo del gasolio, dell’energia, dei fertilizzanti e delle materie prime. Ci sono gli autotrasportatori, che ogni giorno vedono aumentare il costo di ogni chilometro percorso. Ci sono gli operai, gli impiegati, i lavoratori del commercio, i precari e i dipendenti pubblici. Ci sono i pensionati, costretti a fare i conti con assegni che si assottigliano davanti agli scaffali dei supermercati. Ci sono le famiglie che non riescono più a sostenere il costo degli affitti, delle bollette e della spesa quotidiana.
E poi ci sono gli studenti, i liceali, gli universitari, i giovanissimi. Quelli che dovrebbero rappresentare il futuro del Paese e che, invece, si ritrovano a chiedersi se un futuro in Italia sia ancora possibile.
È questa la novità politicamente più significativa: la protesta sta incrociando generazioni e condizioni sociali diverse. Non è più soltanto la rivendicazione di una categoria contro il proprio datore di lavoro. È una questione che riguarda il diritto stesso di vivere dignitosamente.
Dal Nord al Sud, da Milano a Roma, da Bologna a Napoli, da Torino a Palermo, le ragioni della protesta si somigliano sempre di più. Cambiano le piazze, cambiano le bandiere, cambiano i protagonisti, ma il denominatore comune è sempre lo stesso: il costo della vita corre, mentre stipendi e pensioni camminano con il deambulatore.
IL GOVERNO HA TROVATO I SOLDI PER TUTTO, TRANNE CHE PER CHI DEVE VIVERE CON UNO STIPENDIO.
E mentre benzina e gasolio pesano sempre più sulle tasche degli italiani, mentre l’inflazione continua a divorare il potere d’acquisto, mentre gli affitti diventano proibitivi e i salari restano drammaticamente inadeguati, arriva l’ennesima finanziaria del Governo Meloni.
Una manovra che viene presentata con la consueta fanfara propagandistica, come se dovesse cambiare il destino dell’Italia. Ma che, alla prova dei bisogni reali, appare largamente inadeguata rispetto alla dimensione dell’emergenza sociale.
Qualche detrazione fiscale, qualche incentivo, qualche bonus, qualche misura distribuita con il contagocce. E naturalmente una conferenza stampa per spiegare quanto sia straordinario ciò che è stato fatto.
Peccato che gli italiani non paghino il pane con le conferenze stampa, non facciano il pieno di benzina con i comunicati di Palazzo Chigi e non paghino l’affitto con le promesse elettorali.
La domanda è semplice: dove sono gli interventi strutturali per adeguare salari e pensioni al costo reale della vita? Dove sono le misure incisive per abbattere il peso dei carburanti? Dove sono le politiche capaci di calmierare i prezzi dei beni essenziali e di rendere accessibile il diritto alla casa?
Per non parlare dei giovani, ai quali si continua a raccontare che sono il futuro della nazione, salvo poi consegnare loro precarietà, stipendi insufficienti, affitti insostenibili e la prospettiva di emigrare.
Una finanziaria che si occupa di salvare il futuro delle prossime generazioni dovrebbe cominciare dal loro presente. Ma evidentemente a Palazzo Chigi hanno un calendario diverso: il futuro è sempre domani, mentre le bollette scadono oggi.
LA DISTRAZIONE DI MASSA NON È RIUSCITA.
Anche questa volta si è tentato di spostare il dibattito pubblico. Prima la polemica contro la magistrata milanese e la scarcerazione del presunto terrorista, con un bombardamento di dichiarazioni, indignazioni e processi mediatici. Poi, quasi fosse una questione di sicurezza nazionale, la ballerina con il volto coperto che danza davanti agli agenti in tenuta antisommossa.
Naturalmente la sicurezza è importante. Ma sarebbe interessante che la stessa solerzia istituzionale venisse impiegata per proteggere gli italiani da un’altra forma di aggressione quotidiana: quella dei prezzi, delle bollette, dei carburanti, degli affitti e degli stipendi che non bastano più.
Perché il vero assalto alla serenità delle famiglie non arriva da una piroetta davanti a un blindato. Arriva quando una persona lavora tutto il mese e non riesce comunque a pagare le spese. Quando un pensionato deve scegliere tra acquistare le medicine e fare la spesa. Quando un giovane laureato scopre che per permettersi una stanza in affitto deve rinunciare a tutto il resto.
E non c’è bisogno di indossare un passamontagna per riconoscere questa emergenza.
I GIOVANI NON VOGLIONO PIÙ ESSERE SOLTANTO COMPARSE NELLE PROPAGANDE ELETTORALI.
C’è un elemento che dovrebbe preoccupare molto più di una ballerina davanti ai blindati: la crescente partecipazione dei giovani e giovanissimi alle mobilitazioni sociali.
La rivolta studentesca in Serbia ha dimostrato quanto una generazione possa diventare protagonista quando decide di non accettare più passivamente le decisioni di chi governa. Anche in Italia, le mobilitazioni giovanili e la partecipazione al referendum sulla giustizia dello scorso marzo hanno mostrato che le nuove generazioni non sono affatto disinteressate alla vita pubblica.
Non si può continuare a parlare dei giovani soltanto quando servono a riempire le piazze dei comizi o a fare da sfondo alle campagne elettorali.
Sono proprio loro a pagare il prezzo più alto di una politica che sembra aver smarrito qualsiasi capacità di progettare il futuro: precarietà lavorativa, stipendi insufficienti, impossibilità di acquistare una casa, servizi pubblici sempre più difficili da utilizzare e un sistema che spesso li costringe a cercare altrove le opportunità negate in patria.
È arrivato il momento che i giovani, gli studenti e gli universitari abbiano uno spazio sempre maggiore nella protesta civile e democratica. Non per sostituire le altre generazioni, ma per unirsi a esse e costruire una mobilitazione capace di mettere al centro il diritto al lavoro, allo studio, alla casa e a una vita dignitosa.
E LA PROTESTA NON FINISCE QUI.
Si annunciano nuove mobilitazioni, ulteriori manifestazioni e scioperi. Le piazze potrebbero diventare sempre più numerose se il Governo continuerà a rispondere alle richieste sociali con provvedimenti insufficienti e con una comunicazione concentrata sulla ricerca di nemici da esibire davanti alle telecamere.
Il rischio, per chi governa, è di scoprire che non si tratta più di una protesta facilmente archiviabile, né di qualche gruppo isolato da liquidare con un’etichetta politica.
Quando agricoltori, studenti, pensionati, lavoratori, famiglie e giovani cominciano a riconoscersi nelle stesse difficoltà, il problema non è più la singola manifestazione. È la distanza ormai enorme tra chi governa e chi è governato.
A questo punto, una domanda sorge spontanea: se non si è capaci di dare risposte concrete a un Paese che chiede salari dignitosi, pensioni adeguate, carburanti accessibili, affitti sostenibili e un futuro per i propri figli, con quale autorevolezza si pretende di continuare a governarlo?
Forse sarebbe più dignitoso prendere atto del fallimento politico e rassegnare le dimissioni, anziché cercare continuamente nuovi bersagli polemici.
E, soprattutto, sarebbe ora di lasciare spazio a una nuova generazione, anziché continuare a trattarla come una minaccia per l’ordine pubblico.
P.S. Per la ballerina, comunque, un consiglio: la prossima volta si presenti a Palazzo Chigi con il volto scoperto, il documento d’identità in mano e magari un certificato di agibilità coreografica. Non si sa mai. Potrebbero arrestarla per un passo di troppo.
Per il Governo, invece, nessun certificato potrà bastare: quello che manca non è il permesso di ballare. È la capacità di governare il malcontento sociale.

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