La gestione del servizio di igiene urbana ad Agrigento sta vivendo una discontinuità strutturale. Il dominio trentennale dell’ISEDA e delle sue consociate, un blocco monolitico che pareva inamovibile, è andato in frantumi. Non si tratta di un semplice avvicendamento tecnico, ma di un punto di rottura negli equilibri di potere locali. L’ingresso della Ris.Am Srl, capace di imporsi con un ribasso del 13%, sposta l’asse della competizione su un terreno scivoloso: quello della sostenibilità economica estrema. In un settore caratterizzato da margini operativi minimi e costi fissi pesanti, una decurtazione del 13% sul valore d’asta non è solo una vittoria commerciale, ma un’ipoteca sul futuro del servizio. Il risparmio immediato per le casse comunali rischia di trasformarsi in un boomerang amministrativo se la solidità del nuovo gestore non dovesse rivelarsi all’altezza della sfida. Le perplessità che circolano nei corridoi del potere non riguardano solo la logistica, ma la natura stessa di chi si appresta a raccogliere l’eredità dei giganti decaduti. In un appalto milionario, la capitalizzazione di un’azienda è il termometro della sua resilienza. Se il capitale rappresenta il polmone finanziario necessario a sopravvivere ai ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione, la Ris.Am Srl si presenta con una capacità respiratoria oggettivamente limitata. Il contrasto tra gli oneri contrattuali e la struttura societaria è netto e richiede un’analisi numerica brutale: Capitale sociale: appena 20.000 euro. Una cifra simbolica per una società che, in base agli appalti trasferiti, dovrebbe gestire un volume d’affari tra i 43 e i 48 milioni di euro. Fatturato e know-how: uno storico aziendale che insiste e un’assenza di asset logistici indipendenti che fanno presumere un’autonomia operativa reale tutta da dimostrare. Squilibrio finanziario: i dati di settore indicano tempi medi di pagamento di circa 190 giorni. Per garantire stipendi e oneri previdenziali in attesa dei mandati comunali, la Ris.Am dovrebbe essere in grado di anticipare tra i 15 e i 18 milioni di euro. Con soli 20.000 euro di capitale, il rischio che il servizio collassi al primo intoppo burocratico appare evidente. Inoltre, il “garante” dell’operazione, Tekra, presenterebbe un quadro contabile particolarmente delicato: un’esposizione debitoria verso l’Erario e gli enti previdenziali superiore a 54 milioni di euro, in crescita del 103% rispetto al 2023, e crediti commerciali scaduti da oltre 12 mesi per 14 milioni di euro. È questa la “spalla” su cui poggia l’igiene urbana di Agrigento? Il caso Agrigento non è un laboratorio isolato, ma l’estensione di una dinamica già osservata a Siracusa. Il legame tra Ris.Am e Tekra ha già messo in allarme Palazzo Vermexio, dove il passaggio di testimone tra le due sigle ha sollevato sospetti relativi a una possibile manovra elusiva su vasta scala. Le denunce del comitato “Ortigia Cittadinanza Resistente” tracciano un profilo d’allerta che l’amministrazione agrigentina farebbe bene a studiare: “Desta preoccupazione l’operazione di affitto di ramo d’azienda da Tekra a Ris.Am, una manovra priva di una chiara ratio industriale. Risultano incertezze sull’iscrizione nella White List della Prefettura di Milano e, soprattutto, sulla natura del passaggio di cantiere. Si tenta di imporre l’Art. 6 del CCNL per procedere con assunzioni ex novo, ignorando deliberatamente l’Art. 2112 del Codice Civile.” La distinzione non è accademica: l’applicazione dell’Art. 6 del CCNL recide il legame di solidarietà sui debiti pregressi, permettendo alla nuova società di nascere “pulita” sulle spalle dei lavoratori e dei creditori, eludendo le responsabilità economiche della gestione precedente. Siamo di fronte, secondo questa ricostruzione, a una raffinata applicazione del principio gattopardesco: cambiare pelle, nome e ragione sociale affinché la sostanza del controllo rimanga immutata. La Ris.Am Srl presenta tutti i tratti di una società veicolo, un paravento giuridico utile a schermare i vecchi gestori o a bypassare interdittive e criticità finanziarie che avrebbero impedito a Tekra di continuare a operare direttamente. L’operazione di “affitto di ramo d’azienda” sembra configurarsi come una strategia di sopravvivenza per sfuggire all’ombra dei 54 milioni di euro di debiti verso lo Stato. Questa “fase di contestazione” e le opacità sulla struttura proprietaria suggeriscono il rischio di un’elusione sistematica delle norme antimafia e antielusione previste dall’art. 85 del D.Lgs. 159/2011. Se il Comune non verificherà la reale autonomia industriale di Ris.Am, la città rischia di trovarsi ostaggio di una gestione che ha soltanto cambiato maschera, senza modificare i vizi strutturali che portano al degrado del servizio. L’amministrazione comunale ha il dovere di esercitare una vigilanza che non sia soltanto formale. Non basta una richiesta di iscrizione: serve la certezza dei requisiti prima di affidare le chiavi della città a un soggetto dalla capitalizzazione così esigua. La Ris.Am Srl deve produrre prove documentali inequivocabili su: inclusione effettiva nella White List, e non la semplice istanza presentata alla Prefettura di Milano; garanzie fideiussorie reali, e non basate su castelli di carta societari; referenze bancarie e linee di credito deliberate che coprano il fabbisogno di circa 18 milioni di euro necessario per le anticipazioni salariali. Il Comune deve pretendere l’applicazione dell’art. 2112 del Codice Civile come condizione sine qua non per l’autorizzazione al subentro, a tutela dei lavoratori. La Città dei Templi sta acquistando un servizio di igiene urbana o sta fornendo il palcoscenico per l’ultimo atto di un gioco di prestigio finanziario da 54 milioni di euro? E in questo quadro che trova conferma la richiesta al tribunale di Nocera inferiore del concordato preventivo in bianco. Ris.Am srl da una parte e Iseda & c. dall’altra; Brutta faccenda. 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