IL FATTO E’ martedì 19 luglio 1966. Quel giorno l’attesa è tutta per la partita che la Nazionale Italiana, allenata da Edmondo Fabbri, deve giocare contro la Corea del Nord, per i Mondiali di Inghilterra. Azzurri che “franano” per il gol di uno sconosciuto giocatore dal nome impossibile, determinando la clamorosa ed inaspettata eliminazione. Ad Agrigento, quel giorno, invece, si assiste ad un altro tipo di frana. Alle 8,15 uno smottamento di notevoli dimensioni inghiottisce letteralmente una vasta area del rione Addolorata, in pieno centro storico, provocando il crollo di diversi palazzi, alcuni dei quali ancora in costruzione. Per fortuna, non ci sono vittime. E ciò si deve al coraggio di uno “spazzino”, Francesco “Ciccio” Farruggia, che un’ora prima, avvertendo i primi segnali, comincia a suonare ai campanelli di molte abitazioni della via Santo Stefano, invitando la gente ad abbandonare le case. Un coraggio che gli vale la copertina di qualche settimanale, una medaglia al valor civile postuma e l’intitolazione della scalinata che unisce la zona dell’Addolorata con quella di Santa Croce. E soprattutto un riconoscimento ufficiale del Papa per essere stato, questa la motivazione, “strumento della Divina Provvidenza”. Decine, centinaia le famiglie che, in preda al panico, lasciano le proprie abitazioni. Uomini, donne, anziani, bambini: un fiume di gente che dalla via Dante scende a valle per raggiungere posti sicuri. Due le tendopoli allestite: una al Villaggio Peruzzo, l’altra nell’attuale Villa del Sole. I più fortunati trovano rifugio in abitazioni di parenti e amici a San Leone e in altre zone più sicure. Il censimento finale parla di 2016 famiglie colpite, 7500 senzatetto, quattro edifici crollati, diverse Chiese danneggiate, tra cui la Cattedrale di San Gerlando, gravemente lesionata, la vicina Curia Vescovile e la Chiesa di Sant’Alfonso, detta dell’Itria. Il Museo Diocesano, inaugurato pochi anni prima, viene sgomberato e restaurato. Tutti edifici ubicati sulla sommità della collina occidentale. Vengono demoliti tutti i caseggiati e le abitazioni ricadenti nella zona dell’Addolorata, con la sola eccezione della settecentesca omonima Chiesa, oggetto di opere di restauro e ristrutturazione durate decenni. Viene demolita la trecentesca chiesa di S. Michele, ormai irrecuperabile. Per fortuna, vengono risparmiati dall’evento franoso altri quartieri, quali il S. Croce, i Cortili Genco, il Largo Cubaitari, esempi di architettura contadina del quartiere Rabato che pure insistono a fianco della faglia. Gli aiuti sono immediati. E’ la Chiesa locale, per prima, a scendere in campo, con l’allora vescovo Giuseppe Petralia, costituendo diversi centri di raccolta. Una decina di giorni dopo, proprio il presule battezza il primo nato nella tendopoli, definendolo “il figlio della frana” Lo Stato si presenta con i suoi massimi vertici: il 21 luglio è in visita il Ministro dei Lavori Pubblici, Giacomo Mancini, lo stesso che giorni prima, dando comunicazione in Parlamento della frana, dichiara che “fatti mostruosi sono avvenuti in Agrigento e che la causa del dissesto doveva ascriversi al disordine edilizio esistente nella città” e annuncia una Commissione tecnica di indagine per conoscere le cause che hanno determinato il movimento franoso. Il 23 luglio firma una ordinanza di sgombero nelle zona A, B e C che delimitano le zone della parte occidentale della città. Il 25 luglio, arriva ad Agrigento il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, accompagnato dal Presidente del Consiglio, Aldo Moro. I due visitano gli sfollati ospitati nelle tendopoli e Saragat vuole ringraziare il netturbino Ciccio Farruggia per il suo coraggio e senso di abnegazione. Il 30 luglio il Governo stanzia 20 miliardi per i senzatetto. UNA FRANA ANNUNCIATA Per molti, per gli esperti, ma anche per gli stessi agrigentini la frana è la logica conseguenza dell’assalto, pressoché impunito, alla collina di Agrigento. Il 19 luglio 1966 è l’epilogo drammatico e per fortuna non tragico, di chi ha messo le “mani sulla città”, tra abusi, speculazioni, disordine urbanistico, dando il via al “sacco di Agrigento”. Nel 1964, la Regione spedisce ad Agrigento il vice prefetto Nicola Di Paola e il Maresciallo dei Carabinieri, Rosario Barbagallo, perché indaghino su quanto stava accadendo in città, a seguito di diverse segnalazioni. Ecco cosa scrivono i due: “…da un lato i cittadini si sono sentiti autorizzati a realizzare opere in contrasto con la prescrizione in vigore, dall’altro gli amministratori hanno fatto a gara nell’accordare facilitazioni e benefici. Tutti coloro che hanno costruito negli ultimi dieci anni hanno cotribuito a creare un disordine insanabile… con i cosiddetti grandi costruttori che profittando forse di appoggi di varia natura e nell’accondiscendenza di alcuni amministratori, hanno elevato orribili costruzioni in cemento armato…” Non meno “addolcite” le conclusioni delle due Commissioni di inchiesta nominate dallo Stato: una, la Grappelli, di carattere tecnico che fa luce sulle cause della frana, proponendo una serie di vincoli idrogeologi, l’altra, la Martuscelli, più politica, la cui relazione finale rappresenta un vero e proprio capo d’accusa per politici e amministratori del tempo. Si parla di speculazione edilizia, per via di licenze concesse per la costruzione dei “grattacieli”, dei cosiddetti “tolli” che cinturano il centro storico. Per molti agrigentini un simbolo di progresso e di benessere, in linea con il boom economico degli anni Sessanta esploso in Italia dopo le ristrettezze economiche causate dalla guerra. Un boom che si riflette nell’edilizia: palazzi costruiti con “licenze in deroga”, con la maggior parte dei piani alti tutti abusivi. VERSO IL GUI – MANCINI La commissione di indagine tecnica viene istituita con decreto legge del 30 luglio 1966 e convertito in legge il 28 settembre dello stesso anno. Viene introdotto l’articolo 2 bis secondo cui la Valle dei Templi di Agrigento veniva dichiarata zona archeologica di interesse nazionale. Successivamente viene emanato il decreto ministeriale 16 maggio 1968 meglio conosciuto come decreto Gui-Mancini che sancisce vincoli in quattro zone: zona A ad inedificabilità assoluta, zona B ad edificabilità parziale, zone C e D, parte dell’abitato di San Leone e nelle immediate vicinanze, è previsto un indice di edificabilità di 0,8 metri cubi per metro quadrato con un’altezza massima di m. 7,50. Ma non c’è solo il Gui – Mancini nel post frana di Agrigento: il 21 dicembre 1966 c’è l’assalto al Genio Civile, per protestare contro le misure restrittive nel settore urbanistico contenute in una legge. Ed esplode il malcontento dei disoccupati, senza tetto, artigiani, commercianti, piccoli e medi imprenditori. Mentre le ruspe e i camion paralizzano le vie di accesso alla città, folle di dimostranti assaltano il Comune e il Genio Civile e dalle finestre si buttano suppellettili e importanti documenti e progetti edilizi da bruciare. Si verificano scontri e tafferugli con la polizia, con qualche ferito. L’indomani vengono arrestati una decina di operai e qualche imprenditore. E c’è anche la decisione, adottata nelle stanze romane, di costruire i nuovi alloggi, la “nuova Agrigento”, a Villaseta. Una scelta poco oculata visto che il Comune, sulla scorta della volontà e della naturale tendenza degli agrigentini di prediligere il mare, suggerisce Villaggio Peruzzo e San Leone. Si sceglie, come detto, Villaseta, nonostante esista una relazione geologica secondo la quale la conformazione della zona è analoga a quella della collina franata ad Agrigento. E cosi nasce la fungaia di Villaseta. Un disegno ben preciso, perché pochi anni dopo sorge la domanda spontanea: come collegare Villaseta con il centro di Agrigento? La soluzione è l’orribile viadotto Morandi, dal nome dell’Ingegnere che l’ha disegnato o viadotto Manfredi dal nome dell’impresa che l’ha realizzato. IL CENTRO STORICO E LE OCCASIONI MANCATE A distanza di 60 anni da quel 19 luglio 1966, il vecchio cuore di Agrigento vive una situazione, in molti casi, di abbandono e di degrado. Ancora sono visibili i segni di quell’evento, anche se non è mancata la mano di privati cittadini che, ristrutturando ed ammodernando vecchie abitazione, hanno reso i quartieri vivibili. Eppure, l’occasione di una vera rinascita del centro storico è andata perduta. Nel 1976 la Regione Siciliana emanava la legge n. 70 per la “Tutela dei centri storici e norme speciali per il quartiere Ortigia di Siracusa e per il centro storico di Agrigento”. Con questa legge i legislatori siciliani anticipavano di due anni la legislazione nazionale che solo nel 1978 si sarebbe espressa in materia di recupero. La legge disponeva che venissero redatti i piani particolareggiati per il centro storico di Siracusa, coincidente con l’isola di Ortigia, e per quello di Agrigento, sia in attuazione che in variante ai rispettivi piani regolatori generali, avendo come finalità quella di predisporre il necessario quadro normativo di riferimento per gli interventi alla scala edilizia da finanziare attraverso contributi in conto capitale. All’atto dell’approvazione la legge speciale per Siracusa e Agrigento veniva accolta con grandi favori dalle forze politiche, in seguito però, qualcosa non ha funzionato e la legge speciale è rimasta inattuata per oltre quattordici anni. L’iter per la redazione di ambedue i piani si è rivelato infatti più lungo e complesso del previsto: il piano particolareggiato per Ortigia, il cosiddetto PPO, è stato approvato dall’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente soltanto nel 1990, mentre quello per il centro storico di Agrigento nel 2007, ben trentuno anni dopo l’emanazione della legge speciale. Se per certi versi i meccanismi previsti dalla legge speciale hanno contribuito a prolungare i tempi di formazione dei piani particolareggiati di Siracusa e Agrigento, è pur vero che per diversi anni è mancata la volontà politica di investire nel processo di recupero dei due centri storici. Si deve inoltre tenere conto che probabilmente gli amministratori locali di entrambe le città erano culturalmente impreparati a cogliere la piena portata della legge speciale, ovvero l’opportunità, che si preannunciava strategica ai fini dello sviluppo locale, di avviare operativamente il recupero e la riqualificazione della città storica tramite la messa a punto di un’adeguata strumentazione urbanistica attuativa. Invece sia a Siracusa che ad Agrigento la Regione è stata costretta ad inviare commissari ad acta per guidare l’iter dei piani fino alla loro adozione. Nel caso di Siracusa, l’approvazione del PPO ha in effetti contribuito ad invertire il processo di degrado e abbandono a cui sembrava condannata l’isola di Ortigia. Se infatti all’inizio gli interventi di recupero nel centro storico sono partiti stentatamente, negli anni recenti si è registrata una progressiva accelerazione con una parallela ripresa del mercato immobiliare che ha fatto lievitare i prezzi degli immobili. Oggi il recupero del patrimonio edilizio è di fatto decollato e la città storica è capace di attrarre un numero crescente di operatori economici. I tempi di redazione si sono dilatati talmente che alla fine sono andati persi i finanziamenti, almeno 16 miliardi di lire, che la legge speciale metteva a disposizione. Nel 1980, Calogero Miccichè, ex consigliere comunale e profondo conoscitore del centro storico, è promotore di una battaglia per la salvaguardia di questi edifici grazie alla quale la Soprintendenza di Agrigento sollecita il comune affinché ne inserisca il recupero nel Piano particolareggiato. Il progetto viene approvato ma il Comune, diventato proprietario di tutta l’area abbandonata, non porta avanti il progetto di recupero nonostante i successivi piani approvati nel 1984 e nonostante, come detto, i 16 miliardi di lire stanziati dall’Assemblea Regionale Siciliana. 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